BIG DATA E FAKE NEWS

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La rivoluzione digitale che stiamo vivendo negli ultimi anni è destinata a cambiare radicalmente la nostra vita, in modi di cui non siamo ancora del tutto consapevoli. Si tratta di qualcosa di straordinario e sorprendente, se si pensa che il 90% dei dati nella storia è stato prodotto negli ultimi 2 anni e che nel 2020 questi numeri sono destinati a crescere ancora. Questi dati hanno un nome preciso ed è big data. Il termine big data si riferisce a una grande mole di dati generati e ha richiesto la nascita di una nuova figura professionale, il data scientist, colui che si occupa di estrarre le informazioni più rilevanti da questo enorme quantitativo di dati. Infatti, maggiore è la quantità di informazioni e più accurata sarà la predittività futura di ciò che si sta analizzando.

I dati in questione non solo aiutano l’analisi, ma apportano un significativo vantaggio in diversi settori. Nel campo della salute, ad esempio, sarà possibile monitorare in tempo reale i parametri vitali di una persona e prevenire eventuali patologie grazie all’Internet of Things.

Ma come ogni cosa, anche i big data hanno degli aspetti negativi e riguardano le fake news, le notizie false che si espandono a grande velocità e che, a causa della loro presenza sui social network, finiscono per confondere le persone. Esse influenzano il giudizio della gente e possono finanche danneggiare l’immagine di una persona, lo sanno bene i leader di tutto il mondo che si sono ritrovati a dover contrastare gli attacchi dei rivali che giocavano sporco durante le campagne elettorali. A volte, proprio a causa della facilità con cui si lasciano le proprie opinioni sui social, le fake news si generano con estrema rapidità e mettono in campo informazioni sbagliate sugli argomenti più svariati.

In questo articolo parleremo di come proprio la proliferazione dei big data, che ormai fanno parte della nostra quotidianità, rendano necessario proteggersi dalla disinformazione e dalle fake news.

BIG DATA E PRIVACY

Nonostante i provvedimenti in ambito GDPR, la tutela della privacy in un mondo sommerso da big data si fa sempre più complicata. Recentemente l’Agcom, l’Autorità garante delle comunicazioni, ha rilevato che molte fake news si sono diffuse in Italia in corrispondenza delle ultime elezioni politiche e sta cercando di evitare il ripresentarsi dello stesso fenomeno gestito da bot o algoritmi.

Gli attuali e tradizionali schemi di protezione sono basati su un modello di data management che risale al ventesimo secolo e che conserva i dati che le stesse persone rilasciano volontariamente. I big data funzionano invece diversamente, essi partono dal concetto di archiviazione massiva dei dati, quindi non solo i dati volontariamente rilasciati ma anche quelli ricavati dai comportamenti degli individui, elaborati per costruire un nuovo dato più sofisticato. La vera potenzialità commerciale dei big data risiede proprio in quest’ultima categoria e su di essa ricadono non pochi problemi di privacy.

Ciò vuol dire che lasciamo tracce di noi stessi, o meglio veniamo profilati, ogni qualvolta chiediamo un prestito, facciamo acquisti online, interagiamo con lo smartphone o con i social. Il caso Cambridge Analitica e l’uso non trasparente dei big data ha fatto emergere la necessità di nuove forme di tutela. Il GDPR ha migliorato la gestione della privacy legata ai big data, ma resta ad oggi un aspetto burocratico al pari della vecchia normativa sulla privacy, e quindi non sempre viene tenuto in considerazione.

Al momento di valutare i rischi che derivano dai big data, occorre rafforzare la normativa GDPR per assicurare una reale protezione della privacy nel mondo dei big data. L’anonimato, infatti, non garantisce più protezione e i cosiddetti dati sensibili contribuiscono a estrarre un valore diverso, oltre a essere più ricchi. Infatti, coi big data abbiamo accesso a informazioni riservatissime.

Dati personali, dati sensibili e dati tout court non conoscono più differenze con l’AI. Chi elabora e genera dati diversi dagli originali dovrebbe dichiararlo con totale trasparenza ed essere autorizzato. Ciascuno di noi è oggetto di una continua profilazione, fatta da terzi, che ci influenza nelle scelte che impattano sulla nostra vita. Per questa ragione servono regolamentazioni e autorizzazioni esplicite da parte dell’utente, dal momento che non si parla solo di privacy, ma di libertà individuale e sociale.

Ne è un esempio il rating reputazionale basato sui big data, il quale rappresenta una garanzia sociale, ma può anche essere uno strumento che limita la libertà individuale dei cittadini. La stessa profilazione delle idee politiche e la diffusione delle fake news con lo scopo di orientare le scelte politiche della gente mina il meccanismo di scelta democratica. Queste tutele sono necessarie al fine di evitare nuove forme di totalitarismo basate sul controllo di dati riservati.

IL PROBLEMA FAKE NEWS

Da regolamento Facebook rimuove le fake news solo se contrarie alle sue policy o alla legge, mentre le più comuni fake news vengono girate a un’associazione di fact checking, che ha il compito di verificarle e che in Italia è Pagella politica. Se per l’agenzia (privata) la notizia è potenzialmente falsa, viene analizzata e sotto la notizia comparirà un’indicazione che invita l’utente a pensarci due volte prima di condividerla.

Tra le iniziative, in Italia è stato istituito il Tavolo tecnico per la garanzia del pluralismo e della correttezza dell’informazione sulle piattaforme digitali, il quale ha lo scopo di contrastare la disinformazione online. Esso include editori, audiovisivi, giornalisti e piattaforme web.

Il problema di base, tra big data e fake news, è che attualmente non esistono norme vincolanti, ma solo proposte di autoregolazione e il problema dei big data non ha una giurisdizione. Se da un lato i big data hanno consentito alle più grandi piattaforme online di search e di social network di dominare la pubblicità online, dall’altro essi stanno rivestendo sempre più una rilevanza nel panorama informativo, visto che le notizie passano sempre attraverso i motori di ricerca e i social.

Oltre tutto la pubblicità online è una fonte di finanziamento quasi esclusiva di queste piattaforme e ciò influisce sulla quantità e sulla qualità di tali contenuti informativi. Questa concentrazione delle risorse pubblicitarie sugli stessi soggetti che gestiscono gli algoritmi assume ulteriore rilievo in un’ottica di salvaguardia del principio pluralistico e della privacy.

Il 54,5% degli italiani si informa attraverso strumenti governati da algoritmi, mentre il 39,4% della popolazione utilizza siti web e mezzi tradizionali. Ciò comporta uno spostamento degli investimenti pubblicitari che si trasferiscono sulla rete, su Google e Facebook.

Si lavora da tempo per cercare una soluzione al problema delle fake news, ma finora si è riusciti solo a predisporre delle semplici autoregolamentazioni. Da un’analisi fatta su cinque nazioni è risultato che la manipolazione dei motori di ricerca può incidere notevolmente sulle politiche degli elettori indecisi, il che mostra l’evidente potere politico e economico dei Big del web.

Diversa è la storia per i dati degli utenti, per i quali serve uno specifico consenso. Stiamo parlando di informazioni quali l’orientamento religioso, politico e sessuale usato da Facebook e Instagram (ad esempio) per personalizzare funzioni e prodotti. I player digitali possono accedere non solo alle informazioni online, ma anche a quelle “offline” particolarmente sensibili, come i dati sanitari e bancari.

Il problema delle fake news non è ancora stato risolto perché molto complesso e i player digitali (non sono soggetti a stringente disciplina) rimandano la soluzione a tempi migliori, pur continuando a trattare indisturbati i nostri dati personali, anche a danno della nostra privacy e non solo di essa.

I dati esposti, però, non riguardano soltanto le informazioni delle persone fisiche, ma anche i dati sensibili e strategici legati alle imprese e alle loro strategie aziendali, così come i documenti riservati delle pubbliche amministrazioni e delle forze di sicurezza.

Il problema, dunque, non è solo quello delle fake news, ma anche la grossa e incontrollata mole di informazioni messa a disposizione delle multinazionali.

Anche per i direttori delle principali testate italiane la soluzione è data dalla regolamentazione delle nuove tecnologie e degli stessi social media, ma la strada non è in discesa. La legislazione relativa alla rete non può essere nazionale, proprio perché il rischio che il consumatore venga assimilato a un prodotto è sentita in ogni parte del mondo. Per arrivare a delle leggi globalmente condivise serve una battaglia legale, politica e sociale nei confronti di chi detiene questi dati. Si tratta di difendere la libertà delle persone da un’invasione che mette a serio rischio la democrazia, e non si parla di censurare ma di intervenire al fine di placare una situazione così pericolosa.

Come riconoscere una fake news

Per contrastare la diffusione di fake news, Facebook ha stilato alcune linee guida per riconoscerle e starne alla larga:

  • I titoli sono l'elemento che attira di più ed è per questo che le fake news fanno leva su titoli sensazionali e esagerati, spesso scritti in maiuscolo o con troppi punti esclamativi;
  • Un URL molto simile a quello di un sito esistente ("Il fatto quotidaino" ne è l’emblema) è spesso un chiaro indizio che ci troviamo davanti ad una fake news;
  • Anche le immagini e i video vengono usati per catturare l'attenzione del lettore, ma spesso vengono ritoccati per abbinarli a notizie false, o possono essere autentici ma decontestualizzati. Con TinEye è possibile fare una ricerca per immagini e verificarne l'origine;
  • Spesso i siti che diffondono fake news sono pieni di errori di battitura e formattazioni di testo anomale;
  • Assicurarsi che la fonte che ha diffuso la notizia sia attendibile è ormai d’obbligo per essere certi della sua veridicità;
  • Le date di pubblicazione delle notizie sono spesso utili a far capire se ci troviamo di fronte a una fake news. A volte vengono riproposte notizie vecchie con lo scopo di acchiappare nuovi like sui social, mentre altre volte le date riportate all'interno dell’articolo sono sbagliate;
  • Se si fa riferimento a esperti senza citarne i nomi o se mancano le prove a supporto di ciò che la news sostiene, probabilmente ci troviamo di fronte a una notizia falsa. Inoltre, se una notizia è vera, sicuramente verrà riportata da più fonti, ma se nessun altro la riporta, probabilmente una ragione ci sarà;
  • Alcune notizie sembrano vere, ma esistono dei siti satirici che raccolgono fake news per far divertire. Inoltre, ci sono notizie intenzionalmente false ed è bene riflettere prima di ricondividerle, se non sei certo della loro veridicità.

Che la protezione dei dati e la democrazia siano due temi che vanno di pari passo lo si capisce da come notizie false o tendenziose siano in grado di influenzare l’opinione pubblica e le intenzioni di voto. Difatti, l’informazione digitalizzata oggi è diventata la risorsa principale di ogni motore politico ed economico, strumento con cui si costruisce il potere e la strategia.

I big data e gli algoritmi hanno trasformato quindi il problema etico e individuale facendolo diventare un problema di sicurezza privata e pubblica. La fake news viene percepita come qualcosa di nuovo proprio per gli effetti che sortisce. Il fatto di non poterne identificare con certezza l’autore rappresenta la differenza principale tra fake news e disinformazione classica. Un’altra certezza è rappresentata dalla possibilità di diffondere notizie di cronaca targettizzate. Questo avviene quando l’agente disinformatore possiede le informazioni relative ai target sulla base di un’accurata profilazione delle abitudini e degli interessi. Questi dati sono i like, gli acquisti, le ricerche e via dicendo, ovvero tutti quei metadati utili a tracciare un profilo degli utenti e a organizzare campagne efficaci, anche se basate su fake news.

Le soluzioni giuridiche per evitare la dispersione di queste informazioni raccolte per finalità malevole è un problema che impatta sulla sicurezza nazionale. Infatti, se il volume di dati di milioni di utenti viene trattato o diffuso in modo non sicuro, l’equilibrio democratico viene messo seriamente in pericolo.

In ultima analisi, i cittadini dovrebbero essere sempre consapevoli dei rischi che comporta la diffusione dei propri dati sensibili in cambio di servizi o beni.

Il saggio di Massimo Adinolfi, Hanno tutti ragione? Post – verità, fake news, Big data e democrazia, uscito quest’estate, affronta temi interessanti e mette in evidenza l’interpretazione che viene data a certi fatti. Accosta la democrazia alla falsificazione, poiché in democrazia le opinioni dei soggetti sono esposte periodicamente alla verifica del voto e ciascun cittadino è assolutamente libero di credere anche a cose non vere.

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