Ricerca e Sviluppo (R&S) in Italia oggi: dov’è l’Innovazione? ⚙️

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In Italia, l’innovazione ha vissuto una crisi, dovuta a più fattori, che ha aggravato le debolezze legate a un’attività tecnologica poco sviluppata.

Il 2022 sembra però che porterà nuova linfa alla ricerca in ambito Information and Communication Technologies (ICT).

Tra i fattori di crisi vi sono, quindi, la poca attenzione rivolta a settori come la ricerca e sviluppo (R&S), la scarsa presenza di grandi e medie imprese, l’acquisizione di molte aziende italiane innovative da parte di multinazionali straniere, la difficoltà a finanziare l’innovazione e la modesta percentuale di laureati, oltre che la disparità tra Nord e Sud presente da sempre nel Paese.

Con le perdite di produzione e la riduzione degli investimenti in Italia, l’innovazione ha subìto un drastico rallentamento e solo di recente si nota qualche cambiamento, grazie al lancio dell’industria 4.0. Contribuiscono anche l’estensione degli incentivi fiscali, la strategia di specializzazione intelligente a livello nazionale e i finanziamenti per le università meritevoli.

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R&S NELLE IMPRESE ITALIANE: IL DIVARIO RISPETTO ALL’EUROPA

Il Ministero dello sviluppo economico (MISE) nell’ambito delle nuove politiche per l’università e del programma industria 4.0, ha individuato le aree prioritarie su cui concentrare le risorse disponibili, legate all’innovazione digitale.

Successivamente, il MISE ha cominciato a creare una politica a sostegno della ricerca e degli investimenti innovativi, con l’obiettivo di aiutare le imprese ad acquisire le competenze tecnologiche necessarie per competere con gli altri Paesi UE. Di recente, sono stati creati fondi per aumentare la competitività di settori particolarmente colpiti dalla crisi sanitaria, come il fondo per l’imprenditoria femminile. Altri finanziamenti sono stati istituiti per il rinnovamento del comparto agricolo, tradizionalmente indietro sul versante tecnologico.

Ad eccezione di un ristretto gruppo d’imprese capaci di esportare all’estero i propri prodotti, l’imprenditoria italiana è costituita da piccole e medie imprese (PMI) con pochissime attività e scarsissima spesa in ricerca ICT. Il made in Italy, pertanto, è associato ad attività a bassa e media tecnologia rispetto ai principali Paesi UE.

Rispetto alla Germania, la scienza e la produzione di macchinari sono molto trascurate. Anche in ambito R&S il Bel Paese è in ritardo se confrontato alle imprese tedesche; non solo: nei settori tradizionali queste ultime investono molto più di quelle italiane.

Il tasso di crescita del valore aggiunto reale, in Italia, rispetto alla Germania, rappresenta un divario rilevante, dato dalla relazione fra gli investimenti in R&S e le capacità di fare imprenditoria di successo.

Di sicuro, nello Stivale, hanno influito le politiche di austerità relative alla spesa pubblica del comparto tecnologico; la domanda principale, però, resta: perché i fondi per gli enti pubblici e privati e le università, già, negli anni ’80, non rientravano tra le priorità politiche dei governi?. Ciò è dimostrato, più recentemente, dalla diminuzione del 19% degli stanziamenti pubblici per la ricerca, avvenuta tra il 2008 e il 2016, mentre nel resto d’Europa la situazione era ed è ben diversa.

Tuttavia, la riduzione della ricerca pubblica e delle attività universitarie, ha corrisposto a un periodo di miglioramento della produzione scientifica, ad oggi in crescita. L’impegno di ricercatori italiani indipendenti ha fatto sì che, il Paese, oggi, si trovi davanti a Francia e Germania, per ciò che concerne la R&S. A causa però del declino del sistema di ricerca pubblica, il successo scientifico italiano rischia di essere solo temporaneo e di svanire in breve tempo.

Ciò, inevitabilmente, comporta una “fuga di cervelli”: i ricercatori più giovani stanno, infatti, emigrando all’estero, dove le opportunità di lavoro e i fondi di ricerca sono maggiori e il merito è riconosciuto.

Il crollo delle risorse destinate alle università, unito al taglio dei fondi pubblici, ha portato, inoltre, alla riduzione delle iscrizioni nelle università italiane; un indebolimento che si ripercuote sull’istruzione in generale.

L’istruzione e la competenza dei lavoratori soffrono una struttura economica all’interno della quale prevalgono tecnologie medio-basse, una modesta domanda di lavoro per laureati, una produttività stagnante e un divario notevole in termini d’innovazione e competitività rispetto ai principali Paesi europei.

Purtroppo, la situazione attuale porta al precariato, a salari sempre più bassi e a un aumento significativo dello “scarto tecnologico” con i Paesi UE più avanzati. Lo stesso divario si percepisce tra le regioni del Nord e Sud Italia e, in generale, nella recessione che ha colpito un po’ tutta la Penisola.

Le attività di R&S si sono concentrate, infatti, nelle regioni settentrionali “più forti”, ampliando le disparità. Tutto ciò dà alle imprese la responsabilità del trasferimento tecnologico, impedendo una corretta diversificazione delle competenze e delle attività economiche.

Human and robot

LA STRATEGIA EUROPEA PER L'INNOVAZIONE

A livello europeo si discute sugli strumenti politici d’adottare in Horizon Europe, successore del programma  Horizon 2020. L’idea è quella di proporre una nuova strategia basata su sull’innovazione che rifletta più ampie priorità economiche, sociali e ambientali. A livello internazionale, invece, le Accademie delle Scienze dei Paesi del G7 hanno redatto la dichiarazione Nuova crescita economica: il ruolo di scienza, tecnologia, innovazione e infrastrutture, che enucleai seguenti obiettivi:

Inoltre, per una crescita sostenibile e inclusiva sono necessari investimenti pubblici e privati nei campi della scienza e tecnologia. I governi in questo – e cioè nella generazione di nuova domanda –possono svolgere un ruolo importante; gli strumenti a loro disposizione sono: programmi di ricerca mirati, appalti e investimenti nelle infrastrutture.

Per quanto riguarda le imprese, bisognerebbe incoraggiare gli investimenti con orizzonti temporali più lunghi e sostenere progetti ad alto rischio. in scienza, tecnologia, innovazione e infrastrutture.

Businessman using virtual reality

RICERCA E SVILUPPO IN ITALIA

Perseguire l’innovazione significa investire nelle ICT, favorendo crescita e occupazione. Per raggiungere gli stessi risultati di altri Paesi, come la Corea del Sud, bisogna trovare risorse adeguate e avere una chiara visione del futuro. In Italia, oggi, manca, purtroppo, quella spinta decisiva all’innovazione tecnologica che contraddistingue gli altri Paesi. La soluzione potrebbe essere scommettere sui fondi ibridi, con capitale pubblico e privato. Almeno, questo è ciò che è già avvenuto in Francia, dove le imprese vengono aiutate dallo Stato e sostenute dai privati.

L’Italia presenta una crescita lenta e, per capire quanto questo incida sull’innovazione e il progresso di un Paese, occorre analizzare le stime comparative del rendimento degli Stati UE e di alcuni Paesi terzi.

L’ultimo quadro rivela che il rendimento dell’UE aumenta lentamente solo nei Paesi con una maggiore crescita di PIL. L’Italia è definito un Paese moderate innovator, data la bassa quota di esportazioni tecnologiche. In tempi di recessione, infatti, saper innovare è la chiave per essere competitivi in ambito tecnologico e capitalistico.

La crisi italiana è dimostrata dall’esiguo numero di interlocutori pubblici e privati che rischiano il loro denaro per sostenere le oltre 10 mila startup innovative presenti in Italia. La situazione, quindi, è ben diversa rispetto a 40 anni fa, quando i brevetti e le invenzioni nel campo della meccanica, chimica e tecnologia andavano per la maggiore.

In un mondo che cambia con estrema rapidità, bisogna stare al passo coi tempi e adottare strategie e politiche innovative. Il cambiamento tecnologico porta a uno stravolgimento di fondo (non necessariamente negativo); si pensi all’intelligenza artificiale (IA), o ai social network sites (SNS). Una scarsa capacità d’innovazione, infatti, limita i possibili futuri e non aiuta a combattere la recessione, sostenendo la crescita.

R&D

RICERCA E SVILUPPO NEL SETTORE PUBBLICO

Nel 2019 il bando PRIMA, che promuove attività di R&S, ha stanziato circa 56 milioni di euro per il settore agrifood e nella gestione di risorse idriche, andando di fatto a raddoppiare i fondi stanziati per progetti innovativi, come ad esempio una migliore gestione delle risorse idriche e lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile.

I progetti selezionati dall’ex programma Horizon 2020 hanno visto l’Italia eccellere per la qualità della ricerca e i risultati raggiunti: il 33% dei progetti era coordinato da un ente nostrano e in altri 34 il Bel Paese è stato direttamente coinvolto, raggiungendo quota 70 in totale. 12 milioni di euro, inoltre, sono andati a ricercatori e innovatori italiani nel quadro dei tre ambiti tematici sopraelencati.

Si tratta di progetti che propongono “usi alternativi” delle risorse idriche e il miglioramento della qualità e disponibilità di acqua, obiettivi ottenuti attraverso sistemi Internet of Things (IoT), ICT e Decision Support System (DSS) di irrigazione.

D’altronde, le soluzioni proposte, oltre ad adattarsi al cambiamento climatico, promuovono sistemi agroalimentari sostenibili, innovazioni genotipiche, pratiche di agricoltura conservativa, sistemi informatici e analitici per il controllo e la risoluzione delle malattie infettive da parassiti.

I progetti legati all’agroalimentare tout court, invece, propongono campagne contro gli sprechi alimentari e produzioni sostenibili, tramite metodi di tracciabilità su diverse filiere produttive o imballaggi intelligenti in grado di estendere la freschezza e la durata dei prodotti.

Sono state proposte anche alcune piattaforme digitali interattive per la mappatura e valorizzazione delle pratiche acqua-ecosistema-cibo. Il programma PRIMA, difatti, rappresenta un’ottima iniziativa per l’Italia, il Mediterraneo e, in generale, il settore agroalimentare.La speranza è che tali progetti possano offrire valide soluzioni alle sfide sociali, ambientali ed economiche presenti nel Mediterraneo Dalla collaborazione tra ricerca, sviluppo, benessere sociale e cura dell’ambiente sarà possibile, dunque, trarre beneficio per la società civile e i consumatori finali.

In conclusione, in Italia il settore della ricerca e dell’innovazione tecnologica deve ancora ritrovare la strada maestra, dal momento che il livello degli investimenti, sia pubblici che privati, in rapporto al PIL, è ancora inferiore a quello degli altri stati UE, soprattutto per ciò che concerne l’high-tech.

Eppure, tra il 2008 e il 2017 si è registrato un incremento degli investimenti in R&S sia nel settore privato che nella produzione scientifica. In futuro bisognerà attuare una trasformazione dall’interno delle aziende, cambiando il modo di lavorare, a partire dalla formazione. L’impresa ha bisogno di educazione, solo così sarà possibile preparare gli italiani ai lavori del futuro e prevedere, per tempo, quali saranno le competenze più ricercate dei prossimi 10-15 anni.

Nel settore energetico, altresì, si parla di decarbonizzazione, economia circolare, efficienza, uso razionale ed equo delle risorse naturali. L’obiettivo è un’economia più rispettosa delle persone e dell’ambiente, che integri i mercati energetici nazionali in un mercato unico, prestando attenzione all’accessibilità dei prezzi e alla sicurezza di approvvigionamenti e forniture.

Da qualche anno a questa parte, le imprese che investono in R&S, inoltre, hanno a disposizione nuovi strumenti, senza discriminazione di settore e forma giuridica. Tra questi, un credito d’imposta del 12% per la realizzazione di attività di R&S che rientrino, ovviamente, nell’ambito dell’innovazione digitale 4.0. Il credito d’imposta, invece, è pari al 6% per attività legate al design e all’innovazione estetica. Il beneficio si calcola sul totale delle spese ammissibili e sono anche previsti limiti di spesa per le quote di ammortamento di beni materiali e consulenze.

Ricapitolando, tra le principali novità elenchiamo:

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